Fruscii elettrici
Per un attimo ho pensato di sognare e che intorno a me una torma di scoiattoli rossi, non grigi, notoriamente yankee, avesse scatenato una delle loro sarabande al cadere delle nocciole per effetto di forti raffiche di maestrale.
Mi sono svegliato di soprassalto e sono corso verso il fruscio li in fondo nel più profondo del bosco. Almeno così credevo di vedere, sentire, capire.
Niente di più sbagliato!
Nessun bosco e tanto meno scoiattoli. Rossi poi. ...
La cucina immersa nella penombra nascondeva gli sconci approcci degli elettropornodomestici
La lavastoviglie, sportello spalancato, cestini all'aria bippava e fumava quasi avesse fuso i relè
Nell'angolo opposto il frigo, con le spie acceso,min, ripresa, freezer, giaceva immerso nei residui dei suoi sciolti ghiaccioli . Esanime ...
Ho atteso un pò, poi sbirciando da dietro lo spigolo dell'anti - cucina, ho inteso chiaramente un sommesso bisbiglio provenire dal doppio servizio.
Con apprensione crescente ho strisciato sino al varco e li...immobile, protetto dal buio, ferito solo dai vaghi riflessi sulla parete dei led di quei porcaccioni, trattenendo il respiro, li sento..
B - oral, lo spazzolino elettrico, con voce rotta dall'emozione: "... Capisci, è riuscita! Ora chi potrà rimediare?"
Braun, il rasoio, notoriamente vecchio guardone infoiato: " ..Si, si, è lei! Sempre saputo che ci stava. Con tutti. Proprio con tutti. Basta una scossa e lei....fiuuuuuuuuuuu!"
Agitava e roteava il suo cavo, lasciando poco all'immaginazione del vortice di passione che lo scuoteva.
Ho avuto terrore di ciò che si agitava dietro la siepe.
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martedì 12 maggio 2020
venerdì 8 maggio 2020
Il lago dove prima non era. Primo viaggio
Racconto poetico. By Antonio Scatamacchia
Lascio che
la fantasia navighi… tra quelle sponde sabbiose del fiume Tarim, nel deserto
alle propaggini di KurukTagh, in quel lontano 1930, su due battelli scavati nei
tronchi di pioppi, congiunti da tavole per la stabilità tra i flutti, concatenanti
nei misteri dell’oblio di un territorio percorso da secoli da carovane di
mongoli e cinesi a dorso di trasecolanti cammelli.
Quella
striscia arsa di terra, che è stata ai tempi romani la Via delle Spezie, con la
quale le ancelle condivano le carni e le sete che ornavano il petto delle matrone
e le spalle. Riscoperta nel XII°secolo dopo periodi di oscuramento e silenzi di
storia nei viaggi di Niccolò Polo e lo zio Matteo, con il piccolo Marco, e di
Marco, solitario, a raggiungere il Gran Kubilai Khan, è apparsa, dopo
sotterramento di immagini e ignoranza di terre, ai nostri giorni.
E si scava,
tra Mese e Jardang, la strada della solidarietà tra berberi, nomadi turchi mongoli
ed esploratori Chen. Sui passi di quel viaggio ripetuto più volte dallo
studioso svedese SvenHedin vado alla ricerca del lago errante tra sabbie e
paludi del deserto di Lou-lan, dove tramonti infocati e smerigli incastonati
nei profondi azzurri, in uno sfociare di canne e tamarischi, coprono la sponda per navigare
all’ignoto e poi rifiorire in un aperto immenso, dove il cielo si confonde con
la terra all’orizzonte e gli orizzonti nel vuoto dell’immenso deserto.
Il viaggio
scopre ancora le antiche vestigia di un mondo sommerso di principi e servi, di
contadini e pastori, di anatre e cigni, di cammelli selvatici, cinghiali e lupi
in una atmosfera percossa da turbinii d’aria e rovinose discese, di torbide
folate di sabbia e terse incontenibili visioni, piramidi di pietre a
traguardare per i mercanti la via a non smarrirsi in quel vuoto immenso.
E a giorni
di quiete, dove l’andare per acquee terre fa sognare vicina la riva si
alternano delusioni quando l’emissario che percorro s’inabissa in paludi con
bassifondi di sabbia, sì che i battelli spinti da remi s’arrestano e si è costretti
a trascinarli per strade fangose tra tempeste di sabbia che trovi tra i capelli,
negli occhi, fin dentro le scarpe e fatichi a distinguerti da quell’urlo senza
sosta che costringe gettarti a terra.
E per
impervie salite accecate dal sole percorri quell’habitat secco dove si ergono
enormi scalini di sabbie e dure rocce di sale, che solo la voglia del lago dà
motivo alla lotta.
Così procedo,
finché il caso e la sorte intravedono un altro canale circondato da tamarischi che
scorre di lato al corso del fiume…
6 maggio 2020
martedì 5 maggio 2020
Numa Pompilio e la Ninfa Egeria - Racconto poetico di Damiano Zignani
Che magico incontro quello tra Numa Pompilio, il secondo Re
di Roma, e la Ninfa Egeria. Un amore sbocciato nella Valle della Caffarella,
dopo che il Re avendo un po’ esagerato in libagioni per la festa del suo
compleanno, si era addormentato nel Bosco Sacro; era una notte di luna piena.
Quando al mattino si risvegliò, si accorse che aveva poggiato la testa sopra un
gruppo di bianche Calle, ma che una di esse un po’ più staccata dalle altre
mostrava segni di avvizzimento. Il Re volle ristabilire l’equilibrio e dopo
avere bevuto un po’ dell’ acqua che sgorgava dalla fonte lì nei pressi , per
ristorarsi e svegliarsi meglio dal suo torpore, ne versò un po’ sopra il fiore usando sempre la sua coppa,
con cui aveva bevuto il vino la sera prima . Poi raccolse le sue cose e fece
per andarsene, e si accorse nel frattempo che la Calla aveva già ripreso
freschezza e se ne stupì molto. Stava quindi incamminandosi verso la reggia,
quando ad un tratto una voce cristallina di una dolce fanciulla che
proveniva dietro di lui lo chiamò: “Oh mio Re, o mio grande Signore…!”
Numa sorpreso e incredulo si voltò e la vide, e interrompendola le disse:” Oh per Giove , i miei occhi vedono
una meraviglia mai vista in forma umana, che nemmeno la bella Dea di Cipro
potrebbe esserle pari, chi sei tu che vieni improvvisamente a illuminare i miei
occhi?” E lei rispose: “ Oh mio Signore, il mio nome è Egeria, e non saprò mai
come e quanto ringraziarvi , mi avete ridato la freschezza delle mie compagne,
già mi sentivo vecchia e cadente…Io vivo qui nella Valle e non posso sdebitarmi
che con la mia presenza…Se volete potrò farvi compagnia quando e come volete,
vi racconterò tante storie di uccelli e alberi che qui da millenni vivono in
armonia con il fiume Almone”. Lui dolcemente le prese la mano e l’accarezzo
lievemente sul viso, senza rispondere
l’accompagnò alla fonte da cui aveva preso l’acqua e poi disse: “Se vuoi
potremo darci appuntamento qui di notte ad ogni plenilunio.” La fanciulla
sorrise e annuì col capo, le porse i sui omaggi salutandolo e poi tornò dalle
sue compagne a riposare sull’erba fresca. Da quel giorno nacque il loro Amore perché
ad ogni luna piena i due amanti si
diedero in quel luogo sempre appuntamento. Passarono i secoli e la fonte dell’acqua,
che assunse il nome della Ninfa: Egeria, continuò ad essere di sollievo e
freschezza per chiunque stanco e assetato
li si fermasse a riposare… mercoledì 22 aprile 2020
L' arcobaleno non aspetta (Alda Merini) - By A. Cesselon
Alda Merini parla spesso della sua vita, della morte..della sua paura della morte e dell'amore...del fare una professione vicina la morte, ma questo in fondo... è il lavoro del poeta!
Un'idea è solo un pensiero che si alza in volo.
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